Renato Guttuso '55
John Russell
Mario de Micheli
Renato Guttuso '85
Enrico Crispolti
Silvia Rosselli
Lynda Hillyer
Antonello Trombadori
 

RENATO GUTTUSO 1955

John Grome vive a Roma dal ’47. Arrivò un giorno, senza denaro e non volle andarsene più. Non volle a nessun costo, e da allora è vissuto tra sacrifici d’ogni genere, facendo mestieri assurdi, lavorando ora in un aeroporto, ora alla radio e dedicando alla pittura ogni frammento di tempo disponibile.

Il suo amore per la pittura è confuso con il suo amore per l’Italia. Italia e pittura sono per lui due termini che significano la stessa cosa; da questa convinzione amorosa ne viene  una pittura timbrata al massimo, cotta, calda, luminosa, la quale si configura di volta in volta i giochi di bambini, o in paesaggi ma nella sua essenza è luce e terra italiana.
A questa terra e a questa luce egli connette sé stesso, la moglie,i suoi figli; egli connette persone e fatti della vita popolare italiana. Ci sarebbe da dire del suo colore, del suo modo di comporre della sua invenzione. Si vedrebbe così come la sua natura irlandese venga fuori, e come la violenza del colore e la sua luminosità derivino da una interpretazione dell’emozione visiva (e dei sentimenti connessi) simile più, per fare un nome, a Mathew Smith che ai nostri coloristi.

Infine, io sono un amico italiano di John, che lo presenta al pubblico romano e non un critico, e non voglio sostituirmi a loro, Voglio solo dire quanta gioia dia questa sua natura pittorica, così generosa e irruente, come non mi importi nulla delle eccessive semplificazioni o delle affrettate soluzioni disegnative, e che, per me, si tratta di un pittore nato, ostinato e sensibile, onesto e vitale, e legato, il che è più importante di tutto, con un mondo reale, oggettivo, esistente e commovente; e per entrare in contatto con questo mondo, J. Grome non cerca mediazioni intellettualistiche, ma solo segue la legge del suo amore per la natura, per la realtà, per la gente.

RENATO GUTTUSO
(Presentazione della Mostra alla Galleria San Marco, Maggio 1955).
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JOHN RUSSELL

Fino a poco tempo fa non vi era pittore inglese di rilievo  la cui arte non era stata nutrita prima o poi da un soggiorno in Italia. Oggi, nonostante molti stimoli vengano dall’altra parte dell’Atlantico, l’esperienza dell’arte e della vita italiana si rivela ancora, inaspettatamente, come un elemento vitale per lo sviluppo degli artisti inglesi.

Relativamente raro però, in tutto questo, è il caso del pittore inglese che si stabilisce definitivamente in Italia e svolge qui la sua carriera. John Grome sta iniziando ora a farsi una solida reputazione nella sua patria d’adozione. Patria in cui si riconosce completamente da anni. I paesaggi italiani, l’architettura italiana, gli uomini e le donne italiane: questi sono i suoi soggetti. Senza imitare Guttuso e gli altri pittori che sono diventati suoi amici, John Grome è giunto ad avere quello che si potrebbe definire un carattere italiano nei suoi dipinti. Spesso gli artisti inglesi di passaggio, misurandosi con lo scenario italico, trovano accenti troppo forti o troppo deboli, John Grome invece ci appare assolutamente intonato ad esso. La naturale vivacità della vita italiana talvolta risulta forzata e frenetica nella rappresentazione del visitatore. Grome la prende come qualcosa di innato.

Nonostante ciò, vi sono nei suoi lavori delle caratteristiche che mi sembrano tipicamente e persistentemente inglesi. Vi è la capacità di riflessione e di analisi, ad esempio, che è sempre stata parte della tradizione acquarellistica inglese: l’abilità di pensare la scena rappresentata, piuttosto che essere dominati dall’eccitazione di quanto la natura presenta. Vi è anche una riluttanza a sovraccaricare. Grome sa quanto mettere in un dipinto e quanto tralasciare, e questo ha un valore tutto particolare in un paese come l’Italia, dove nulla è insignificante e dove è raro trovare un paesaggio monotono e banale.

Così mi sembra che John Grome sia una delle poche persone che abbiano realizzato il “sogno anglo-italiano”: egli ha subito abbracciato la vita italiana senza tuttavia rinunciare a nulla della sua personalità di pittore inglese.
Nell’augurargli tutto il successo possibile per la sua mostra, devo anche congratularmi con la città di Parma che ha invitato qualcuno che porta nelle sue opere non soltanto le qualità di un artista sincero, ma anche quelle di narratore e  poeta.

JOHN RUSSELL
(Presentazione del catalogo della mostra alla Galleria del Teatro, Parma, novembre 1964.)
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MARIO DE MICHELI

E’ di prima evidenza il fatto che Grome sia un pittore di simboli. Non dipinge paesaggi, non dipinge nature morte, non dipinge ritratti. I suoi quadri sono dominati dal volo dei gabbiani: bianchi gabbiani che sbattono le ali in un cielo cangiante, dove il sole si muta in un gioco di cerchi, dove i cerchi diventano pupilla umana: gabbiani che assumono forme antropomorfe, femminili forme ieratiche, volti d’intensa fissità, enigmatici profili….Ma che significato possono avere nella sua opera questi gabbiani, questi palpitanti simboli che ritornano da anni nelle sue tele italiane?

Grome è un pittore di interiorità e il gabbiano, che forse è l’immagine più viva e profonda ch’egli porta dentro di sé degli anni della infanzia, dalle giornate assai remote trascorse sulle coste d’Irlanda, a poco a poco si è trasformato nel più spontaneo e naturale “veicolo” delle sue emozioni, dei suoi impulsi, dei suoi più segreti e inquieti pensieri.

Il gabbiano cioè, nella sua pittura, e diventato il simbolo pressoché esclusivo attraverso il quale egli ci comunica la complessità delle sue esperienze vissute e rimediate nella propria intimità, custodite nel proprio petto.

La lettura di un fondamentale testo “zen” ha persuaso qualche anno fa Grome a qualcosa per qui aveva già un’indubitabile inclinazione, l’ha persuaso voglio dire ad un costante esercizio contemplativo di se stesso, ad una costante interrogazione sulla propria natura, sugli accadimenti che divengono motivi della coscienza.

La sua pittura è senz’altro il frutto di una tale contemplazione attiva, in cui il flusso della vita si filtra sino alla sublimazione del simbolo, sino, appunto, a questi gabbiani candidi, che raccolgono in sé molteplici significati d’amore e di morte, di nostalgia e speranza.
Grome è un artista solitario, che porta avanti la sua ricerca con ostinata fedeltà alle proprie convinzioni poetiche, che non si lascia distrarre da nessuna frastornante tentazione di gusto. Sa i rischi che corre egualmente. Ormai vive in Italia da più di vent’anni. Qui ha trovato una soluzione favorevole al suo lavoro e qui si è fermato. Le sue apparizioni in pubblico sono rare; l’ultima personale risale a sette anni fa. Oggi dunque ci presenta il risultato di una riflessione plastica e ideale lunga e insistita.

I gabbiani dei suoi quadri arrivano da cieli lontani.

MARIO DE MICHELI
(Presentazione del catalogo della Galleria Angolare, Milano,marzo,1972).
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RENATO GUTTUSO 1985
Per John Grome

Conosco John Grome da molti anni. Fino ad un certo momento ho seguito il suo percorso. Poi la vita ed il lavoro hanno rallentato i nostri contatti. Vedendo oggi questi dipinti mi pare di non avere mai perso il contatto con John.

E’ come se lo avessi seguito nel suo lavoro, anno dopo anno – La stessa sua capacità di incantarsi e di sognare come tanti anni fa. Ma con quanta più libertà! Quanta suggestione si è raccolto nell’occhio del vecchio gabbiano John Grome, durante questi anni! E’ lo stesso uomo che ha dato il nome di Allegra alla sua amata figlia, e che, certamente, ha ispirato di dare il nome Diletta alla nipotina, figlia di Allegra, ma che è riuscito a dare al suo gioco la sostanza della maturità.

Credo, annotando questi dati, di dare un contributo critico, e non solo aneddotico, alla lettura della sua opera, a capire la sua coerenza, il suo ottimismo, e il suo senso della vita e dell’arte, e la sua capacità di trasformare in immagini fantastiche la propria intimità familiare e quotidiana.

Gli affetti diventano sogno e allegria, e il vecchio gabbiano si inventa nuovi giochi, ed altri ne inventerà. Giochi che ci aiutano a invecchiare come lui.

Renato Guttuso
Estate 1985
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ENRICO CRISPOLTI
Presentazione alla Mostra della Galleria La Gradiva , Roma 5 - 21 Novembre 1985

John Grome è un pittore londinese che lavora a Roma dal 1947. E’ uno dei numerosi artisti (europei, nordamericani, latinoamericani, africani, asiatici) che hanno scelto il nostro paese come luogo della loro vita e del loro lavoro, e che tuttavia non sono se non difficoltosamente omologati nel quadro dell’arte italiana dei nostri giorni, per quel singolare corrente atteggiamento si di affettuosa amicizia, ma anche di burocratica distanza, che caratterizza, soprattutto nella ufficialità, l’autopresentazione culturale del nostro paese. Esattamente al contrario, come tutti sanno, di quanto accade a Parigi, dove lo straniero se residente, è subito integrato e diventa culturalmente parigino a tutti gli effetti.

Anni fa la Quadriennale romana finalmente si accorse di questa realtà,  ma non riuscì a immaginare di meglio che una ghettizzazione in una tornata apposita, appunto dedicata “agli stranieri”, della manifestazione allora articolata in più puntate. E vedremo cosa farà la prossima Quadriennale – Salon della quale ora si parla. Ecco così comunque che in una situazione certo meno dispersiva e isolante, esistenzialmente, rispetto a Parigi, a Roma in particolare non si riesce tuttavia a giovarsi, come comune situazione di confronto culturale, ne dei numerosi residenti stranieri da anni ne dei numerosi approdi stagionali (spesso di grandissimo livello, e giovani,  meno giovani, ma avvolte anche maestri conclamati) aggiornati nelle numerose accademie e scuole straniere.
Molti ricorderanno la presenza di Grome a Roma fra fine degli anni Quaranta e Cinquanta, gravitante attorno all’ambiente del Guttuso di Villa Massimo, in particolare. Già da allora tuttavia Grome ha lavorato piuttosto solitario, presentandosi in pubblico raramente. Ora non espone infatti da tredici anni, e a Roma da ventidue. Questa sua mostra, per un aspetto, è un’antologica retrospettiva, ma per un altro, documenta ampiamente proprio tutto il suo ulteriore lavoro a Roma, soprattutto (ma anche a Londra).

Occorrerà una volta rintracciare attentamente tutti i passaggi della sua ricerca, che nei primi anni romani è stata assai personalmente sensibile alle tematiche popolari in senso realista, ma che ha anche attraversato momenti di sintesi postcubista originalmente vissuta, e che tuttavia si è infine stabilizzata, tra gli anni Sessanta e Settanta, e finora, in una sua tipica dimensione di sintesi figurativa in termini di lirismo evocativo, in una sempre più pronunciata motivazione simbolica dell’immagine.

Preme intanto comunque cogliere le caratteristiche in qualche modo ricorrenti, dunque centrali del suo immaginario pittorico. E’ anzitutto chiaramente, Grome, un pittore d’immaginazione e, entro quest’orizzonte di tensione ad una sintetica narrazione. Affascinato inizialmente dalla realtà vivace e molteplice del sociale quotidiano italiano, non vi si è appiattito descrittivamente, ma lo ha percorso con accento di pronta accensione ironica, fino a sfaldare l’immagine realista in un movimento fantastico, come nelle sue figure di preti, monache, netturbini danzanti e svolazzanti.
Ma pittore d’immaginazione proprio anche per aver scelto la dimensione della prospettiva fantastica nell’approccio con la realtà, anche la più sensitivamente subito stimolante (come i fiori e il paesaggio).

Facendone qualcosa di vitale in un clima tutto d’evocazione, di possibilità allusiva, d’insinuazione di riscontri psicologici.

Sostanzialmente infatti il suo immaginario tende a costituirsi valenze simboliche nelle immagini figurate. Lo sottolineava già nel 1972 Mario De Micheli, parlando di “pittore di simboli” e individuando anzi una sua figura indubbiamente simbolo in certo modo chiave, anche di dipinti recenti, come il gabbiano. Che è stato anche, in un certo momento, un gabbiano antropomorfo. Una figura comunque sempre di memoria, attualmente emergente da impressioni d’infanzia sulle coste irlandesi.

Nella pittura di Grome in effetti ogni immagine è in funzione simbolica anziché descrittiva, e sia quando il momento narrativo è risultato come azzerato in esiti quasi d’astrazione (all’inizio degli anni Settanta), sia quando lo sviluppo è tornato ad essere invece ampiamente narrativo (come negli anni più recenti).

Ogni figura concorre infatti nel dipinto di Grome per una sua capacità di riferimento, che non è dunque all’immediatezza della sua riconoscibilità nazionale, ma appunto alla carica di evocatività che viene ad assumervi, e in funzione della quale soltanto sostanzialmente ci conta  (dal gabbiano alle figure sempre più riferite alla cerchia familiare).
In questo senso, se resta vero, come notava Guttuso nel lontano 1955, e rispetto appunto ad opere di maggiore conversione realistica, che la pittura di Grome “non cerca mediazioni intellettualistiche”, è tuttavia pur chiaro che essa vive interamente su mediazioni evocative di valenza psicologica.
E in questo senso si può ben riconoscere una radice tipicamente inglese della sua pittura. Una radice spontaneamente preservata e corrisposta al di là della frequentazione di fatto quasi tutta italiana oramai della sua vita di pittore. John Russell individuava, nel 1964, una caratteristica inglese nella pittura di Grome, nella “capacità di riflessione e di analisi”. Direi, e tuttora, di riflessione come risonanza unicamente psicologica d’ogni suggestione della realtà, e di analisi proprio anzitutto nel senso, non di un’attenzione analitica portata all’esterno, ma di un’autoanalisi, che tuttavia sfocia subito in coralità.

Di qui infatti la misura di discorso interiore, di evocatività totale, e quindi di attribuzione di significanza  psicologica, ad ogni componente iconico –formale della pittura di Grome. Discorso interiore, tuttavia, appunto non come diario, non come smarrimento nei labirinti individuali d’un inconscio privato, ma come riconnessione ad un proprio mondo di realtà tutta definita entro la dimensione attiva della memoria, d’ogni aspetto, scena, incontro, emozione dello stesso quotidiano. E proprio a cominciare dal quotidiano domestico e famigliare, il più naturalmente fitto di ricordi, nel tempo, e per Grome rimane un territorio imprescindibile.

In questo senso mi pare che Grome costruisca nella sua pittura personaggi di un dialogo appunto di memoria, di una sorta di dilatazione del tempo del proprio vissuto presente a tutto un patrimonio di esperienze del passato. Nell’evocazione immaginativa costruisce così fantasmi pittorici di realtà, che divengono la sua nuova realtà quotidiana, e che riassumono nella loro carica simbolica il vissuto degli affetti, delle emozioni, delle sensazioni stratificate e commiste.

Questo filtro memoriale non è distanzialmente sfocante,dunque ma inverante, presentificante. E la pittura è lo strumento principe di una vita dell’immaginario come più autentico modo d’esistenza. Una pittura, quella di Grome, che si scalda al contatto della vita, e che la vita racconta, anzitutto la più prossima, non però per farne cronaca, neppure cronaca familiare, ma per farne misura di un possibile valore più folto, nel tempo, e certo di una realtà più intima, più autentica, più profonda,individuale (come è anzitutto), ma anche di capacità emblematica collettiva (come del tutto chiaro, per esempio, nel quadrittico recente, antico a un tempo, direi quanto la figurazioni romaniche delle cattedrali, e tutto però anche familiarmente motivato di realtà nuova e di propria infantile memoria, delle “stagioni”.

Di questa pittura il colore è lo strumento protagonista, il mezzo che definisce e determina il clima forte dell’immagine. Guttuso nel 1955 parlava per Grome di “una pittura timbrata al massimo, cotta, calda, luminosa”,di “violenza del colore” e appunto di sua “luminosità”. Negli anni quella violenza si è decantata e insieme affinata, giungendo persino a raffinatezze di rapporti grandissimi, su un parametro di “dominante”,se non monocromatico. Ma negli anni recenti è poi risalita, così decantata nella purezza dei timbri, fino a una forza nuova, che è appunto tutta determinante la suggestione simbolica della presenza delle immagini, della loro evidente violenza psicologica. Un cromatismo acceso,costante, spiegato, a larghe campiture, interiormente, non atomosfericamente solare, non naturalistico infatti, ma appunto simbolico, che accende immagini e sfondi ambientali, in una sorta di originale riproposizione di certezze (appunto sostanzialmente simbolistiche) postimpressioniste.

Questi, credo, i tratti più caratteristici della figurazione pittorica che corre, negli anni, sulle tele di Grome, in una personale e certo più che mai solitaria avventura. Una solitudine non riduttiva, ma come situazione ottimale per quella riflessione alla quale il suo lavoro intimamente aspira.

ENRICO CRISPOLT I
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SILVIA ROSSELLI

Quando ci siamo conosciuti lavoravamo insieme, per caso,in una strana agenzia stampa italiano - inglese di notizie varie. Dopo poco, ho conosciuto sua moglie Mave e la sua prima bambina piccolissima. L’impressione era di una famiglietta fuori dal comune. Lui era un uomo molto espansivo e amichevole, aperto verso la gente, quindi subito ho cominciato a frequentarli e fare amicizia con loro, e ad andarli a trovare. Abitavano nella piccola “dépendance”di una villa sull’Appia Antica; la casa era piccolissima ma deliziosa. Ho subito sentito, che per quest’uomo, la pittura era la base di tutto. I lavori che faceva, come questa dell’agenzia, e altri che ha fatto in seguito, li faceva per mandare avanti la famiglia, che nel frattempo era cresciuta con la nascita di altri due figli. Ciò che gli stava veramente a cuore era dipingere: la pittura era lo scopo della sua esistenza.

Da quella casetta sull’Appia Antica ci sono stati vari cambiamenti, che io ho seguito con molto interesse e partecipazione anche perché erano in genere dei posti belli che avevano sempre qualcosa di particolare. La loro seconda abitazione era una casetta in mezzo alle vigne a Zagarolo, che in realtà era  un rustico agricolo. Il pavimento era di terra battuta, non c’era l’acqua in casa, non c’era la luce. Era una meraviglia nella bella stagione, ma d’inverno viverci era duro. C’era anche la neve. John con grande costanza, tutti i giorni andava a piedi fino al treno per Roma, dove aveva delle trasmissioni in RAI per l’estero. Era lodevole la sua determinazione, come era ammirevole Mave, sua moglie, che sosteneva tutto questo. Io non l’ho mai sentita lamentarsi. Mai. Era sempre calma e sorridente. Si tiravano sù con un poco di vinello locale. C’era un atmosfera allegra. Andavo spesso la domenica a trovarli con i miei bambini. Anche d’inverno si poteva stare fuori in quanto c’era un muro esposto a mezzogiorno dove veniva messo un tavolo per mangiare. Non ho mai sentito un senso di pesantezza o di lamentela. Era la loro scelta di vita.
In questa casa così essenziale c’era sempre qualche tocco grazioso, dovuto in particolare a Mave. Lei era capace, pur avendo tre bambini piccoli e tutte le mansioni della casa, di creare una natura morta con una vecchia teiera un pochino rotta e dei fiori di campo. In quel periodo John fece alcuni dei suoi acquarelli più belli in cui il paesaggio e la luce mediterranea la fanno d protagonisti.

Aveva fatto amicizia con pittori italiani, come Guttuso, Corrado Cagli, Carlo Levi, Sergio Donnina e altri. Poi ci sono state delle persone, amici – clienti, che hanno creduto in lui e amato le sue cose. Spesso John regalava delle sue opere in pagamento per prestazioni professionali, cosa molto comune anche in altri pittori. Purtroppo quello che gli è mancato, è stato un gallerista, un mercante che lo apprezzasse come artista e quindi si occupasse dei rapporti con il pubblico. Vero è, che John non accettava di buon grado di farsi condizionare da motivi commerciali.
Dopo un anno hanno dovuto lasciare la casetta in mezzo alle vigne, perchè i proprietari la rivolevano. Trovarono un appartamento vicino ad Anzio, un po’ piccolo borghese, ma a due passi c’erano le grandi scogliere a picco sulla spiaggia dove i bambini giocavano.

Pensando al suo tipo di pittura, in questi cinquant’anni di frequentazione direi che si tratta di un artista che non si è mai fermato in un solo genere. Ogni tanto c’è stato un tema che lui ha interpretato lungamente, come per esempio, i gabbiani. Ricordo che andò varie volte al Museo di Storia Naturale vicino allo zoo a studiare gli scheletri dei gabbiani e il loro volo.

Nel 1965 John e Mave decisero che per gli studi dei figli, sarebbe stato bene tornare in Inghilterra. Malgrado i contatti stimolanti con altri artisti a Londra e migliori sistemazioni lavorative per lui e per Mave, ben presto John cominciò a sentire nostalgia per la luce ed il sole di Roma. Infatti tornò in Italia dopo tre anni e mezzo con la figlia Allegra, raggiunto dopo poco dal resto della famiglia.

Posseggo molte opere di John che mi sono state donate attraverso i lunghi anni della nostra amicizia. Si tratta di olii, acquarelli, disegni, collage e così via. Quando qualcuno viene a casa mia per la prima volta, spesso succede che mi chieda: “Di chi è questo quadro?” Ho notato che ognuno ha il suo preferito. Può trattarsi del grande collage a tecnica mista con il tema di Telamone, oppure dell’olio “Passeggiata domenicale” dipinto sull’Appia Antica; oppure la grande natura morta con fiori e pennelli  eseguita a matita, o l’olio con gabbiano su sfondo di cielo azzurro. Non passano mai inosservati.

 Negl’anni ottanta, fece una lunga serie di quadri di tono fantastico, in cui usava come soggetto la nipotina  Diletta. Assai più recentem-ente ha dipinto un grande quadro che io ammiro molto ma che non ho; è a casa di John. Si tratta di uno studio a olio dell’interno del Pantheon. Prima di dipingere questo quadro è voluto andare a rivedere il monumento e poi si è aiutato con una stampa in bianco e nero. Il risultato è una festa di colori e di luci.

Malgrado l’età e la maggiore fatica John continua a dipingere e a creare il suo mondo. 
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LYNDA HILLYER

Conosco John Grome da quasi trent’anni ed ancora oggi che ha superato i novant’anni, continua a produrre opere piene di vigore e di forza. I suoi quadri sono sempre stati caratterizzati da una straordinaria combinazione di audacia e poesia, insieme ad una gioiosa celebrazione del movimento. Con le sue larghe pennellate che abbracciano colori e forme, John Grome dipinge con coraggio e sincerità sia quadri figurativi che paesaggi. Molto del suo lavoro tuttavia è simbolico ed esprime emozioni profonde. Un tema ricorrente  è il gabbiano che spicca il volo verso la libertà, e spesso sulle sue tele compaiono bambini che danzano. I quadri di sua moglie Mave sono pieni di tenerezza ed intensità.  Il suo amore per le donne è evidente anche nei numerosi ritratti della figlia e della nipotina, e nelle raffigurazioni di amici circondati dai loro fiori preferiti. La caratteristica più significativa di John è la sua passione per la vita. Ancora oggi, pur essendo molto anziano, nel suo lavoro rivela una vitalità straordinaria. E’ stata questa sua energia a suggerirmi l’acquisto di due sue opere recenti. Entrambe raffigurano lo stesso mazzo di tulipani. Nella prima i tulipani sono in piena fioritura: un inebriante miscela cromatica di rosa e di arancio, un tripudio di vita e di colori. Nel secondo quadro ci sono gli stessi fiori, ormai privi di vita, che formano una composizione astratta di steli, stami e foglie deformate. Ciò che prima era pieno e fluido ora è spoglio e spigoloso. Eppure, in questa composizione di tulipani in fin di vita vi è ancora una grande e vibrante vitalità creativa. Questo è l’essenza del lavoro di John Grome ed è anche l’essenza del uomo, che è mio privilegio conoscere da molti anni.

LYNDA HILLYER January 2003
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ANTONELLO TROMBADORI

La prima segnalazione del talento di John Patrick Grome si deve a Renato Guttuso che presentò a Roma una sua mostra personale nel 1955. Grome, nato a Londra nel 1911 era giunto in Italia nel 1947 e, per quasi dieci anni, aveva lavorato in silenzio, dedicandosi ai più varii mestieri pur di difendere il carattere assolutamente disinteressato della sua ricerca e della sua maturazione artistica. Qualcuno potè scambiare questa volontaria dissociazione della esistenza o come il riflesso di una relativa insicurezza della vocazione di John Patrick Grome o come il residuo d’un atteggiamento in qualche modo dilettantistico del suo operare pittorico. Ma così non era. Fin dalla mostra romana del 1955 Grome rivelò che il modo severo e rigorosamente appartato col quale era andato affrontando i problemi dell’arte moderna apparteneva a una zona profonda del suo spirito: e se era frutto di un innata modestia, dimostrava, soprattutto, l’appartenenza di John Patrick Grome  a quel tipo di ricercatore della verità per il quale ogni successo è sempre il risultato di un lungo cammino gra il dubbio e la certezza, e ancor fra la certezza e il dubbio.

Già la stessa scelta dell’Italia come luogo ideale per la verifica della sua volontà creativa non era stata né casuale né vagamente sentimentale. Quella scelta s’era posta a Grome come un corollario della sua stessa formazione giovanile avvenuta al Goldsmith’s College of Art  sotto l’insegnamento di Clive Gardiner, alla cui sottile intelligenza dell’eredità impressionistica e postimpressionistica  molto dovette anche un pittore della forza e della originalità di Graham Sutherland. Era stato momento essenziale di quella formazione la spinta a collegarsi con un processo di sviluppo del moderno linguaggio figurativo (anzi della moderna rivoluzione figurativa) che fosse ben distinto e diverso da quello della moda e che consentisse anche al bisogno di evasione e di rottura, proprio di Grome come ogni irlandese dall’animo libero, un pieno appagamento di ordine umano.

Ciò che, in questa area di esigenze, John Patrick Grome ha avuto dall’Italia non avrebbe potuto averla dalla Parigi di questo dopo guerra. Ed essenzialmente per un motivo: che l’Italia e la moderna cultura figurativa italiana mentre gli anno dato tutti i sussidi intellettuali dei quali egli andava in cerca, non gli hanno mai posto, in termini accademici, il ricatto di una forzata deformazione della sua intima sensibilità. Nel 1955 Renato Guttuso avvertì subito il recondito legame della pittura di Grome con quella dell’irlandese Mathew Smith, soprattutto in virtù d’un accensione interna del colore che, se aveva beneficiato della lezione di un Mafai (e dello stesso Grome), era come intrisa di lunghe e peregrine ombre, di freddi e pallidi lumi, quasi di nordica aurora. Al nome di Mathew Smith si potrebbe aggiungere quello del grande Yeats, che la Biennale  di Venezia ci presentò due anni or sono, e al cui indiretto insegnamento, quasi come a una paternità cresciuta e custodita per spontanea affinità, Grome deve di certo il carattere al tempo stesso descrittivo e fiabesco, stupito e malinconico del suo naturalismo. Meglio: del suo AMORE PER LA NATURA.

E’ trascorso un altro decennio e John Patrick Grome torna a presentarsi in pubblico con i risultati d’un nuovo periodo di approfondita elaborazione della sua pittura. L’immagine a raggiunto in lui piena libertà: ogni subordinazione del colore al disegno è caduta, ogni titubanza circa la possibilità di integrare la fantasia con l’oggettività si è dissipata, il nucleo autentico della sua ispirazione è venuto a più chiara luce. Di qui quelle rapidi “cronache” della campagna e della città, apparentemente allegre, ma in realtà percorse da brividi di apprensione e di turbamento, alla quale Grome ci invita a partecipare più che ad assistere. Sia fiore, sia animale, sia folla fuggente, sia gentile indugio sul volto di amate figure, o ironica interrogazione di anonimi personaggi, sempre, sulla tela o sul foglio, magistralmente acquerellato, di John Patrick Grome, si sdoppia una figurazione che è insieme pungente recupero della memoria e quasi fotografico scontro con il presente. Il fatto si è che tale sdoppiamento mentre corrisponde alla volontà, e direi alla necessità, di rendere conto d’una lacerazione che è tipica della nostra esistenza, non si verifica, però, nello stile che Grome ha raggiunto. Perché il suo stile ha fatto i conti, e tuttora li fa, con quelle tendenze della moderna rivoluzione figurativa che pur muovendo dai drammi che spezzano l’unità dell’uomo moderno, presumono tuttavia (e tale presunzione umana e intellettuale fa parte della loro sostanza  poetica più profonda) di contribuire alla ricostruzione di una nuova unità.

ANTONELLO TROMBADORI
(Presentazione del catalogo della Galleria Montenapoleone, Milano, 1964)
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